Una serie di vecchi è la più innovativa di questi anni venti

6 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 00:08 | 7 GEN 20
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Se è vero che negli ultimi dieci anni ci sono stati più cambiamenti che nei precedenti cento (è un’esagerazione, ma un po’ rende l’idea), trovare una serie televisiva come “The Kominsky Method” è qualcosa di più che una boccata di aria fresca: è un prodotto culturale innovativo. Il telefilm è stato creato da Chuck Lorre, il prolifico autore di decine di serie televisive molte delle quali di successo, tra cui “Dharma & Greg” e “The Big Bang Theory”. E’ però con il “metodo Kominsky”, di cui sono state prodotte finora due stagioni, che Lorre ha vinto il suo primo Golden Globe, l’anno scorso. Ed è meritato. La serie televisiva ruota attorno ai due protagonisti: l’ex attore di successo Sandy Kominsky (interpretato da Michael Douglas), che insegna recitazione nel suo studio eponimo di Los Angeles, e il suo amico e agente Norman Newlander (Alan Arkin). Il lato rivoluzionario di una serie televisiva trasmessa in streaming su Netflix per un mondo pensato e costruito a misura di millennial e generazione Z è che i due protagonisti sono anziani. Anzi, vecchi.
Douglas, che ha 75 anni, è il leading man della serie, accanto ad Arkin, che invece ne ha 85. Non solo: i due cercano di volare più alto della loro età ma la serie mostra con divertito cinismo e disincanto i problemi che si affrontano quando si invecchia, anche se sei Michael Douglas. Anzi, “The Kominsky Method” è costruito proprio attorno all’idea che sia possibile fare un telefilm che va contro gli ultimi tabù di Hollywood: essere vecchi (l’unico vero peccato mortale per chi vive nel sud della California), la morte, i disagi funzionali dell’età anziana e le operazioni chirurgiche (tumori inclusi).
Perché Kominsky e Newlander devono confrontarsi con il lutto, la malattia, il decadimento, la prostata, le pillole blu per “fare ancora sesso semi-occasionale come un cinquantenne”, le idiosincrasie e gli sbalzi di umore che una coppia di reduci di un mondo che apparentemente non esiste più incontrano ogni giorno. Compreso un nuovo amore dopo gli ottanta, la figlia cinquantenne che esce finalmente pulita da una clinica per disintossicarsi, e un’idea di vita come era una volta l’America: un’avventura senza pensare alle conseguenze, scommettendo sempre su un domani migliore.
Per Kominsky e Newlander gli alieni sono i “giovani”, gli allievi venti-trentenni di Kominsky, infantili, incapaci di sopportare le critiche e il confronto, la burocrazia, le persone con il telefonino sempre in mano, impegnate in quattro conversazioni virtuali in parallelo (mentre Newlander riattacca ogni volta che gli arriva un sms, per poi richiamare), sognando la Tesla (Kominsky guida la sua antica Mercedes, assolutamente demodé), portando avanti dialoghi destrutturati rispetto alla realtà.
Dentro alla scrittura di Lorre per Kominsky e Newlander c’è invece un gusto per la commedia oggi quasi scomparso: il piacere surreale per la parola di P.G. Wodehouse (che in esilio a Hollywood scrisse anche alcune sceneggiature per Cary Grant) e le venature e gli schizzi fulminanti di disincanto ebraico del primo Woody Allen, che scriveva i testi tra gli altri Bob Hope.
Douglas, pur essendo nato nel 1944, porta con sé l’aura del 103enne padre Kirk, una delle ultime star viventi della Hollywood della Golden Age. Il figlio Michael non è stato da meno: ha vinto due Oscar e cinque Grammy, e Arkin “soltanto” un Oscar, con tre nomination. I due mettono in scena una coppia di anziani che hanno voglia di vivere adattandosi, per quanto strettamente necessario, ai tempi. E la cosa più incredibile e innovativa nel 2020 è che a sembrare normali, in un mondo impazzito e cambiato in dieci anni più che non in cento (sempre una esagerazione), in realtà sono loro due.
Antonio Dini